Il Gold Standard: la sua nascita e il suo declino
- Che cos’è il gold standard?
- L’epoca del bimetallismo
- Il ruolo dell’Italia medievale
- Il problema del rapporto tra oro e argento
- La svolta britannica
- La diffusione del gold standard
- Un sistema fondato sulla disciplina
- Le prime crepe
- La Prima guerra mondiale e la sospensione del gold standard
- Il difficile ritorno all’oro
- Un sistema sempre più fragile
Proseguiamo il nostro viaggio nella storia della moneta affrontando una delle trasformazioni più importanti dell’età moderna: il passaggio al gold standard, un processo graduale che richiese oltre un secolo per affermarsi completamente. ( Ti consiglio di leggere gli articoli precedenti per avere il quadro generale)
Che cos’è il gold standard?
Il gold standard è un sistema monetario monometallico nel quale la moneta è definita da una determinata quantità di oro. In questo sistema possono circolare sia monete d’oro sia banconote convertibili in oro a un tasso fisso prestabilito.
In altre parole, chi possiede una banconota ha il diritto di convertirla in una quantità specifica di oro custodita dall’autorità emittente. Il valore della moneta deriva quindi direttamente dal metallo prezioso che la garantisce.
Per comprendere come si arrivò a questo sistema, però, è necessario fare un passo indietro.
L’epoca del bimetallismo
Prima dell’affermazione del gold standard, gran parte del mondo utilizzava un sistema basato su due metalli: oro e argento.
Entrambi circolavano sotto forma di monete contenenti effettivamente il metallo prezioso oppure tramite banconote che rappresentavano il diritto di riscattare una determinata quantità di oro o argento depositata presso un istituto finanziario.
Un aspetto fondamentale da comprendere è che, fino a quel momento, non esistevano ancora sistemi monetari nazionali chiusi come li intendiamo oggi.
Gli Stati detenevano generalmente il monopolio della coniazione, ma le monete non erano limitate ai confini del territorio che le aveva emesse. Anzi, spesso i governanti avevano interesse a far circolare le proprie monete all’estero. Il sigillo, il ritratto del sovrano o altri simboli impressi sul metallo costituivano infatti una garanzia di autenticità e rappresentavano allo stesso tempo il prestigio e la potenza dell’autorità emittente.
Il ruolo dell’Italia medievale
L’Italia ebbe un ruolo fondamentale nello sviluppo monetario europeo dopo la caduta dell’Impero Romano.
La frammentazione politica della penisola favorì la nascita di numerose città-stato dotate di una propria monetazione. Firenze coniò il celebre fiorino d’oro nel 1252, mentre Venezia introdusse il ducato d’oro nel 1284.
Grazie alla loro elevata purezza e alla stabilità del contenuto metallico, queste monete acquisirono rapidamente prestigio internazionale. Tra il XIII e il XV secolo numerose città e Stati europei emisero monete ispirate al modello del fiorino o del ducato.
Il successo di queste monete era dovuto anche alla loro standardizzazione. Il fiorino fiorentino conteneva circa 3,53 grammi di oro quasi puro, mentre il ducato veneziano ne conteneva circa 3,55 grammi. La differenza era minima e questo favoriva la loro accettazione nei commerci internazionali. Per secoli mercanti, banchieri e sovrani utilizzarono queste monete come riferimento nei pagamenti di grandi dimensioni.
Poiché il valore era determinato principalmente dal contenuto di metallo prezioso, non esistevano particolari ostacoli all’utilizzo di monete straniere nei commerci internazionali.
Il problema del rapporto tra oro e argento
Con il passare dei secoli le banconote divennero sempre più diffuse, ma il sistema bimetallico continuava a presentare un problema strutturale: il rapporto di valore tra oro e argento non era stabile.
I governi cercavano di fissare un rapporto ufficiale tra i due metalli, ma il mercato spesso ne determinava uno differente. Quando ciò accadeva, il metallo sottovalutato tendeva a scomparire dalla circolazione perché veniva tesaurizzato o esportato, mentre continuava a circolare quello sopravvalutato. Questo fenomeno è noto come Legge di Gresham.
Per mantenere l’equilibrio, gli Stati iniziarono a intervenire sempre più attivamente nella gestione monetaria. Di conseguenza, la libera circolazione delle monete straniere cominciò a essere vista come un potenziale fattore di instabilità per gli equilibri interni.
La svolta britannica
La prima grande potenza a orientarsi verso un sistema basato prevalentemente sull’oro fu la Gran Bretagna.
Nel 1717 Isaac Newton, allora Master of the Mint, fissò il prezzo ufficiale della ghinea in rapporto all’argento. Questa decisione non introdusse immediatamente un gold standard puro, ma rese l’oro relativamente più conveniente rispetto all’argento, favorendone progressivamente l’adozione.
Il passaggio definitivo avvenne dopo le guerre napoleoniche. Con il Coinage Act del 1816 il Regno Unito adottò formalmente uno standard aureo, facendo dell’oro il principale riferimento monetario nazionale. La piena convertibilità della sterlina in oro fu ripristinata nel 1821, segnando l’inizio effettivo dell’era del gold standard britannico.
La stabilità garantita dal sistema contribuì alla crescita economica britannica durante il XIX secolo e consolidò il ruolo della sterlina come valuta di riferimento per il commercio internazionale.
La diffusione del gold standard
Nel corso della seconda metà dell’Ottocento sempre più Paesi adottarono il gold standard.
Ogni valuta nazionale veniva definita come una specifica quantità di oro. La sterlina britannica corrispondeva a circa 7,32 grammi di oro fino. Il franco francese della Unione Monetaria Latina rappresentava circa 0,290 grammi di oro fino, mentre il marco tedesco introdotto dopo l’unificazione tedesca corrispondeva a circa 0,358 grammi.
I tassi di cambio tra le varie monete erano quindi determinati semplicemente dal rapporto tra le rispettive quantità di oro.
Se una sterlina rappresentava 7,32 grammi di oro e un franco 0,290 grammi, il cambio teorico risultava pari a circa 25,2 franchi per sterlina. In questo modo il commercio internazionale poteva svolgersi con grande facilità, poiché tutte le valute erano riconducibili alla stessa unità di misura: l’oro.
Paradossalmente, dopo secoli di frammentazione monetaria, il mondo tornò ad avere un sistema monetario internazionale relativamente uniforme.
Un sistema fondato sulla disciplina
Nel gold standard il denaro funzionava come una rappresentazione dell’oro.
Le monete potevano contenere direttamente il metallo, mentre le banconote rappresentavano una promessa di conversione in oro custodito nelle riserve nazionali.
In teoria, nessun governo poteva espandere arbitrariamente la quantità di denaro in circolazione, poiché l’emissione di nuove banconote avrebbe dovuto essere accompagnata da un corrispondente aumento delle riserve auree.
Il sistema funzionava proprio grazie a questa disciplina.
Finché i governi rispettarono rigorosamente la convertibilità, il gold standard garantì una notevole stabilità monetaria. Tuttavia, le pressioni economiche e politiche spinsero progressivamente molti Stati ad allentare tali vincoli.
Le prime crepe
Con il tempo, alcune nazioni iniziarono a emettere quantità di banconote superiori alle riserve auree disponibili.
Parallelamente si svilupparono le moderne banche centrali e i sistemi bancari nazionali, che favorirono la concentrazione delle riserve auree all’interno di pochi istituti.
Questa centralizzazione offriva una maggiore capacità di coordinamento finanziario, ma aumentava anche la dipendenza dell’intero sistema dalla solidità delle riserve nazionali.
La Gran Bretagna, grazie al ruolo dominante della sterlina nel commercio mondiale, riuscì a sostenere livelli di credito e di emissione monetaria superiori a quelli che sarebbero stati possibili in un sistema rigidamente ancorato all’oro.
La Prima guerra mondiale e la sospensione del gold standard
Lo scoppio della Prima guerra mondiale nel 1914 rappresentò un punto di svolta.
Finanziare un conflitto di dimensioni senza precedenti richiedeva enormi quantità di risorse economiche. Se i governi fossero rimasti vincolati alla convertibilità aurea, avrebbero incontrato gravi difficoltà nel sostenere lo sforzo bellico.
Per questo motivo, quasi tutti i principali Paesi sospesero rapidamente la convertibilità delle banconote in oro e iniziarono a finanziare la guerra attraverso l’emissione di nuovo debito e nuova moneta.
Di fatto, il legame diretto tra valuta e riserve auree venne temporaneamente interrotto.
Nel 1917 gli Stati Uniti entrarono nel conflitto fornendo ingenti risorse finanziarie, industriali e militari agli Alleati. Il loro intervento contribuì in modo decisivo all’esito della guerra e rafforzò la posizione economica americana nel dopoguerra.
Il difficile ritorno all’oro
Alla fine del conflitto l’Europa uscì economicamente devastata.
Le riparazioni di guerra, i debiti internazionali e gli enormi squilibri finanziari avevano ridotto drasticamente le riserve auree di molti Paesi.
Tornare al gold standard nelle condizioni precedenti al 1914 risultava estremamente difficile.
La Gran Bretagna tentò comunque di ripristinare il sistema. Nel 1925 il governo britannico approvò il Gold Standard Act, promosso dal Cancelliere dello Scacchiere Winston Churchill. La sterlina tornò formalmente convertibile in oro, ma in una forma diversa rispetto al passato.
Con il cosiddetto Gold Bullion Standard, la conversione non avveniva più in monete d’oro destinate alla circolazione, bensì esclusivamente in grandi lingotti da circa 400 once troy, pari a circa 12,4 chilogrammi di oro. Si trattava di una quantità enorme, accessibile soltanto a grandi operatori finanziari e banche, non ai cittadini comuni.
Molti economisti dell’epoca, tra cui John Maynard Keynes, criticarono duramente questa scelta. Secondo loro la sterlina era stata riportata a una parità troppo elevata rispetto alla reale situazione economica britannica. I fatti sembrarono dare loro ragione: le esportazioni divennero meno competitive e l’economia inglese entrò in una fase di crescente difficoltà.
Nel frattempo altri Paesi avevano già sperimentato forti fenomeni inflazionistici. Il caso più celebre fu quello della Germania di Weimar, dove l’eccessiva emissione monetaria contribuì alla devastante iperinflazione del 1923.
Un sistema sempre più fragile
La Prima guerra mondiale aveva profondamente trasformato il funzionamento del sistema monetario internazionale.
Il gold standard non venne immediatamente abbandonato, ma risultò sempre più difficile rispettarne le regole originarie. I governi cercarono più volte di ripristinarlo, modificarlo o adattarlo alle nuove condizioni economiche, ma la fiducia nel meccanismo era ormai compromessa.
Il tentativo britannico del 1925 rappresentò probabilmente l’ultimo grande sforzo per riportare in vita il gold standard classico. Il sistema appariva ancora formalmente in piedi, ma le sue fondamenta erano ormai indebolite. Le riserve auree erano concentrate in pochi Paesi, le banche centrali avevano acquisito un ruolo sempre più importante e i governi erano sempre meno disposti a sottostare ai rigidi vincoli imposti dall’oro.
Nonostante ciò, l’oro continuò a rimanere il punto di riferimento dell’ordine monetario mondiale ancora per diversi anni.
La crisi del 1929 e gli eventi successivi avrebbero però dimostrato che il mondo stava entrando in una nuova era monetaria. Le vicende che seguirono portarono progressivamente alla centralizzazione del potere monetario e, infine, all’abbandono definitivo della convertibilità in oro.
Ed è proprio da qui che proseguirà il nostro viaggio.
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